CAP III

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Dal XVI secolo al XIX calò l’oblio sull’Ordine Militare del Santissimo Salvatore, ma<>, come ebbe ad affermare, con una certa enfasi, il marchese Eugenio Bisogni nella sua rara e preziosa monografia. Fu un membro della casata comitale Abbate de Castello Orléans a ridare vita all’Ordine, sempre con l’intento di promuovere il culto della Santa, le opere filantropiche e caritatevoli. Sulle origini della casata è ancora utile un’opera ponderosa, il Dizionario feudale degli antichi Stati sardi e della Lombardia: dall’epoca carolingia ai nostri tempi (774-1909), pubblicato in tre tomi da Francesco Guasco a Pinerolo (1909). Capostipite fu un Manfredi, conte di Orléans di Francia (pp. 912 e 1003). Che si tratti dell’antica prosapia degli Orléans non v’è dubbio. Prima conti; poi duchi. Dal XIV secolo il titolo di duca di Orléans fu strettamente associato con la casa reale di Francia. Dal XVII secolo il titolo fu portato dalla branca della dinastia di Borbone che diventò la casa regnante di Francia nella persona del re Luigi Filippo (1830-1848)[34]. Attualmente, la casata è rappresentata da Henri d’Orléans, re titolare dei Francesi (1933) e dai figli François e Jean (1965). Quest’ultimo, a causa delle condizioni di salute del primogenito, subentrerà al padre come Capo di nome e d’arme. Manfredi d’Orléans ricevette nell’ 834 dall’imperatore Lotario I[35] il borgo di Dorno (contea di Lomello). Attorno all’845, il figlio Alberico fu primo conte di Milano e del Seprio. La dinastia continuò in linea diretta: Manfredo, nato nel 910, conte di Milano, marchese di Lombardia, conte di Lodi e del Sacro Palazzo; Aimone, attorno al 942, fu conte di Vercelli e signore di Besozzo; Manfredo, signore di Ponderano e di Cavaglià, fu anche conte di Vercelli (sotto l’imperatore Ottone III[36]); Uberto (circa 1030), fu conte di Stazzona, signore di Mosezzo e di Castel Sant’Angelo (Castello); Ardizzone, conte de Castello (circa 1069), fu nominato dal re Michele, sovrano degli Sclavoni[37], conte Palatino e gran cavaliere[38]. Questa genealogia antica è ben illustrata dal Guasco; per quella più recente esistono documenti dell’archivio di famiglia[39] che consentono di ricostruire la successione dal XVI secolo ad oggi. Nel 1585 Federico Abbate sposò Maria Gomez de Silva. Dalla loro unione nacque Manfredi di Mosezzo[40], che sposò Juana de Ajerbe: furono i genitori di Guglielmo Abbate (1635). A lui vennero riconosciuti dal re di Spagna Carlo II (1665-1700)[41]vari privilegi. Filippo V di Spagna (1700-1746), nel 1709 riconobbe a don Guglielmo Abbate l’uso tradizionale delle armi di Famiglia: azzurro a tre gigli di Francia, in oro, capo un labello di rosso in campo d’argento, partendo lo scudo, sulla sinistra di chi guarda; sulla destra ponesi d’azzurro al palo d’argento, col capo simile al precedente. Motto: <> (<>). Continuatore della dinastia fu Uberto di Mosezzo (1679) che sposò Maria Vitolo e morì nel 1746. Fu cavaliere del Sacro Imperiale Ordine Costantiniano Nemagnico di Santo Stefano (1700) dei principi Capone Nemanja Paleologo. Il figlio, Gerardo Abbate (1707), sposò Maddalena Campolongo e morì nel 1773. Dall’unione nacque Vincenzo Abbate (1738), che sposò Rosaria Musitano e morì nel 1796. Fu insignito, dalla Imperiale e Reale Casata degli Angelo Comneno di Tessaglia[42], del titolo di Protospatario [43] della Sacra Milizia Angelica della Croce di Costantino il Grande. Il figlio, Nicola Abbate, nato nel 1762 e coniugato con Maria Fasanella, fu insignito, sempre dalla Imperiale e Reale Casata degli Angelo Comneno di Tessaglia, della dignità di Barangio[44]. Don Nicola Abbate visse gli anni difficili della Rivoluzione del 1799, poi il Regno di Giuseppe Bonaparte e del suo successore, il maresciallo di Francia Gioacchino Murat. Il re Gioacchino lo apprezzò personalmente, come colonnello del suo esercito, e ne promosse la nomina a barone dell’Impero dopo la vittoriosa battaglia di Wagram (1809). Ufficiale di cavalleria, partecipò alla campagna di Russia (1812), poi alla campagna di Sassonia (1813): fu nominato così generale. Seguì le sorti del re francese fino alla sua caduta. Dopo la fine del periodo murattiano scelse l’esilio. Morì nel 1839. Fu alquanto difficile per il figlio Francesco Abbate (nato nel 1798) riprendere i rapporti con la corte borbonica dopo la restaurazione. Ma Ferdinando II di Borbone, una volta consolidato il trono, lo prese a benvolere e lo nominò gentiluomo di camera (1845). Fu anche cavaliere dell’Imperiale Ordine Costantiniano Nemagnico di Santo Stefano dei principi Capone. Anche il figlio di Francesco, don Nicola Abbate senior, il rifondatore dell’Ordine, fu un leale servitore della casata borbonica. Durante la campagna di Sicilia del 1849[45] si segnalò, don Vincenzo Abbate, signore di Pignola in Basilicata, come sottotenente di un battaglione di Reali Cacciatori. Ferdinando II affidò a un tribunale reale il processo ai membri della setta “Unità Italiana”: la sentenza di morte fu comminata ai soli Agresti, Settembrini e Farcitano, mentre a Poerio, Pironti e Nisco i giudici inflissero 24 anni di lavori forzati. Altri imputati ebbero pene dai 30 anni a 15 giorni. E’ noto però che il monarca, con lungimirante clemenza, mitigò le pene, ma don Vincenzo preferì, adducendo motivi di salute, prendere le distanze dalla politica del sovrano, dando le dimissioni dal Real Esercito. Il primo figlio nato dalla sua unione con Marianna Paciello fu Francesco (1856). Nel dicembre di quello stesso anno il piccolo fu colpito da grave malattia e i medici diagnosticarono una meningite con imminente pericolo di vita. Mentre la famiglia era in ansia per la sorte dell’erede, don Vincenzo trovò una breve vita di Santa Brigida e ne lesse la storia: dal profondo dell’anima chiese alla Santa Veggente di intercedere per la sanità del figliuolo. Grande era la devozione per la Santa presso il popolo e presso la dinastia borbonica. Ferdinando II e la consorte furono fra i primi devoti, disponendo lavori di restauro della storica chiesa, che peraltro distava pochi passi dal palazzo reale. Addirittura, il re fece abbattere due piani di un edificio adiacente alla chiesa perché incombevano su di essa, impedendo la visuale. Anche l’erede al trono Francesco era particolarmente devoto alla Santa. In questo quadro va letto l’episodio narrato: don Vincenzo non chiese l’intercessione di un’anima eletta fra le tante che sono vicine al Signore, ma di una Santa “particolare”, il cui ricordo era rimasto nei secoli, di generazione in generazione, nel cuore dei napoletani. Ed il miracolo avvenne. In pochissimi giorni il piccolo ritrovò la piena salute. Don Vincenzo decise di onorare la Santa con un gesto di gratitudine veramente rilevante. Approfondendo le sue cognizioni sulla vita e le opere della Santa, apprese che la Veggente aveva fondato anche l’Ordine cavalleresco, che più non operava da secoli, e decise di ricostituirlo, invitando ad aderire il fior fiore della nobiltà del tempo. Inoppugnabile testimonianza della restaurazione dell’Ordine (8 ottobre 1859) è un rarissimo opuscoletto, che fu pubblicato a Napoli nel 1862, autore Salvatore Fenicia (1793-1870), saggista, pluridecorato, commendatore dell’Ordine e suo primo storiografo. Se ne trovano, a Napoli, una copia presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, e un’altra presso la Biblioteca della Società di Storia Patria (Maschio Angioino). Nel suo Un nobile e pio sodalizio cavalleresco: la Sacra Milizia del Santissimo Salvatore o di Santa Brigida di Svezia, il Fenicia riassume brevemente la genealogia familiare degli Abbate dilungandosi alquanto sui nobili e titolati che si riunirono attorno al primo Gran Maestro, da loro eletto, e sugli altri che si aggiunsero a loro. L’elenco, dato anche dal Bisogni, comprende: L’Imperial Principe Francesco de’Tocci, discendente dei Tocco signori di Cefalonia[46]. Il Principe Pignatelli[47]. L’Imperiale Principe Gaspare Pierangeli degli Angelo Flavio Comneno[48]. Il Principe Ruffo[49]. Il patrizio Coppola[50]. Il Principe Carrafa[51]. Il nobile Guindazzo[52]. Il barone di Trentanara[53]. Il conte Caracciolo[54]. Il Principe Filomarino[55]. Il Principe di Sanseverino[56]. Il Principe Angelis di Bitetto[57]. Il duca Alliata di Saponara[58]. Il marchese di Altavilla[59]. Il marchese Beccadelli di Bologna[60]. Il duca di Adragna[61]. Il barone Galluppi[62]. Il barone di Pancaldo[63]. Il Principe di Paternò Moncada[64]. Il Principe di Monteforte e Soria[65]. Il barone di Ramione Palizzolo Gravina[66]. Il Principe di Spadafora[67]. Il marchese di Policastrello[68]. Il marchese de Rahno[69]. Il conte Statella[70]. Il marchese Cavalcanti[71]. Il marchese Bisogni[72]. Il conte Caporossi-Guarna[73]. E poi ancora aderirono all’Ordine: un Brancaccio[74], un Viceconte[75], un Falconaro[76], un De Luciis[77], un Dell’Abbadessa[78], un Tempesta[79], un Tortello[80], un de Liguoro[81], un Filangeri[82], un Ciolfi[83], uno Stella[84], un de Madio[85], un De Angelis di Altamura[86], un Altimari di Catanzaro[87]. Ancora altri nobili, oltre questi citati, si riunirono presso la chiesa del Santissimo Salvatore a Capua[88] attorno a don Vincenzo Abbate, per la restaurazione dell’Ordine. Alcuni dei nobiluomini ricevettero il titolo di Gran Priore ereditario: il principe Tocco, il principe Ruffo, il principe Angelo Comneno, il principe di Sanseverino[89]. In una seconda riunione fu stabilito che la sede magistrale fosse Capua, dove dovevano svolgersi le cerimonie ufficiali: nel giorno della Purificazione della Vergine e nel dies natalis di Santa Brigida. In una terza furono delineati gli scopi dell’Ordine e la sua Regola. In una quarta, tenuta nel giorno della traslazione del
corpo di Santa Brigida, fu stabilito che l’Ordine fosse aperto solo ai nobili, salvo deroghe particolari. Ritornò come stendardo la gran Croce ad otto punte, d’azzurro, con la fiamma simboleggiante l’ardore della Milizia. Fu stabilito che i cavalieri partecipassero alle celebrazioni religiose con mantello grigio con collo azzurro, e la croce dell’Ordine sia sul mantello sia sul collo. L’antico cerimoniale d’investitura, dettato dalla Santa, fu ripristinato. I titoli dei confratelli furono allora dichiarati ereditari, per la continuità dell’Ordine. Terminati i lavori, come da documento dell’archivio della casata Abbate, l’atto di restaurazione fu approvato dal cardinale Giuseppe Cosenza, arcivescovo di Capua. Esiste un antico dipinto, di proprietà della casta Abbate, raffigurante il cardinale Cosenza, con la seguente dicitura[90]: <>. Il fatto che il cardinale fosse Gran Collare dell’Ordine di San Gennaro[91] gli conferiva particolare autorità e prestigio presso la Corte. L’Ordine ebbe l’approvazione canonica e legale. Si sa bene che, in quello steso anno 1859, l’astro dei Borbone cominciò a declinare. Con la morte dell’energico e risoluto Ferdinando II, subentrò Francesco II, giovane ed ancora inesperto. Gli eventi successivi sono noti: lo sbarco a Marsala, la battaglia di Calatafimi, la preso di Palermo, la battaglia di Milazzo, lo sbarco dei garibaldini in Calabria, diedero una spallata poderosa al regno delle Due Sicilie. Molti fra i generali ed ammiragli duosiciliani furono corrotti; gli Inglesi favorirono, più o meno apertamente, l’avanzata di Garibaldi, fino all’ingresso del generale a Napoli, nel settembre del 1860. Don Vincenzo Abbate, che conosceva personalmente il re, il quale lo onorava della sua stima ed amicizia, scelse di seguirlo coi fedelissimi a Gaeta, dove seppe comportarsi da vero eroe. E per questo, con diploma del 24 settembre 1860, il re Francesco II << in considerazione dei molteplici servigi resi da lui e da suo padre Francesco alla Nostra Real Casa e al Nostro Real Trono e dell’antica nobiltà della sua famiglia>>concesse a don Vincenzo il titolo di conte <
>. Firmato dal re e controfirmato dal Consigliere Ministro, Funzionante da Segretario di Stato, Presidente del Consiglio dei Ministri, Cav. Gr. Croce Pietro Calà Ulloa[92]. Col passare del tempo l’entusiasmo che aveva riunito tanti nobiluomini attorno al conte don Vincenzo andò man mano a diminuire. La caduta del Regno delle Due Sicilie, la fine dello Stato della Chiesa (20 settembre 1870), l’incalzare delle idee liberali e moderniste, da un lato; la sistematica emarginazione della nobiltà duosiciliana effettuata dai Savoia, dall’altro, fecero sì che le adunanze e celebrazioni dell’Ordine, agl’inizi affollate, vedessero diminuire sempre più di numero i discendenti dei primi insigniti, sicché, come riporta il Bisogni, <>. Ma il conte don Vincenzo senior ottenne ancora un nuovo riconoscimento. Nel 1878 il Luogotenente Pietro Calà Ulloa, Reggente del Sacro Imperiale Ordine Costantiniano Nemagnico di Santo Stefano, di cui era titolare il Principe imperiale don Basilio Capone Nemagna Paleologo[93], volle nominare don Vincenzo Commendatore ereditario dell’Ordine. Dopo aver ricordato che Ardizzone de Castello, antenato del conte, era stato nominato Conte Palatino e Gran Cavaliere dal re degli Slavoni Michele, e che il re Francesco II di Borbone aveva confermato la nomina a conte, esaminata la genealogia esibita, il Luogotenente emanava un decreto di nomina a Commendatore per lui e i <>[94]. Con lungimirante politica, il conte Vincenzo Abbate creò la figura dell’Alto Protettore, un Capo di Stato straniero che ponesse l’Ordine sotto il suo patrocinio, garantendo, con la sua autorevolezza, la sua validità in campo internazionale. La scelta cadde su una personalità all’epoca di grande prestigio e di assoluta dirittura morale, che accettò la nomina. Il Presidente Eloy Alfaro (1842-1912), Capo dello Stato dell’Ecuador (1897-1901 e 1906-1911) fu uno dei principali leader delle forze liberali progressiste dell’America latina. Il padre era stato uno spagnolo repubblicano costretto all’esilio in Ecuador; appena giovanetto, Eloy Alfaro abbracciò le grandi idee di libertà, eguaglianza e giustizia sociale. Con le forze liberali del paese si oppose alle dittature oscurantiste di Garcia Moreno e di Vicente Lucio Salazar. Quest’ultimo fu esautorato nel 1895 e Alfaro subentrò come Capo provvisorio, e, poi, dal 1897, Presidente della Repubblica. La sua rivoluzione sociale coinvolse a fondo le strutture del paese. Fra le sue innovazioni, la separazione della Chiesa dallo Stato, il quale non poteva essere che laico, secondo i principi del patriottismo internazionale ottocentesco. Esautorato nel 1901, subentrò Leònidas Plazas, peraltro suo ex collaboratore. Poi esplosero le divergenze fra i due, e salì al potere Lizardo Garcia. Poco dopo, a furor di popolo, Alfaro fu di nuovo nominato Presidente (1906). In questo secondo mandato rafforzò lo Stato ed introdusse la libertà di espressione, il diritto al divorzio, le riforme sociali. Esautorato definitivamente nell’agosto del 1911, fu incarcerato con alcuni dei suoi collaboratori. Il governo del successore Carlos Fremile non fece nulla per proteggere i prigionieri, che furono massacrati da una folla di esagitati, e bruciati. Si concludeva così tragicamente la vita di un grande testimone della democrazia nel difficile continente latino-americano. Il conte don Vincenzo morì nel 1902, un anno dopo la morte della figlia Anna. Erede del titolo comitale e del Gran Magistero fu il primogenito Francesco, nato nel 1856. I figli Francesco, Gerardo (1868), Maria Luisa e Michela ne circondarono il letto di morte. Spirò coi conforti religiosi e le benedizioni speciali del Pontefice, dell’arcivescovo di Capua e dell’arcivescovo di Napoli.